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la fantasia al potere 2

14/02/2007 | postato da: Giovanni Romani | Commenti 2

Titoli sessualmente allusivi

Di sicuro la categoria più numerosa, avendo acutamente intuito il titolista che, pur non capendo lo spettatore italico medio una fava di cinema, certamente accorrerà famelico alla promessa di due ore di fremiti pecorecci. Partiamo dunque con un classico d’altri tempi in cui l’avventuroso viaggio su Marte di Gianni e Pinotto in Abbott and Costello go to Mars (C. Lamont, 1953), cambia inopinatamente destinazione, trasformandosi in un piccante Viaggio al pianeta Venere. Ma il titolista osa sempre di più: non contento del già forte Bird of Paradise (K. Vidor, 1932), egli si lancia in un Luana, la vergine sacra, sconvolgente connubio tra una mondana romagnola ed i riti sciamanici per poi, conscio dell’appeal che l’ambientazione sado-costrittiva ha sempre avuto sul maschio peninsulare, stravolgere un insipido Born innocent (D. Wrye, 1974) in un ben più pepato La ragazza del riformatorio: sbarre, lesbo e punizioni fisiche, cosa vogliamo di più ?

Forse del sado-maso-spanking-fist-fucking ? Pronti! Ecco virato il catechistico Adélaïde (J-D Simon, 1968) nel trucido Fino a farti male. Sottilmente allusiva è pure la rivisitazione del pretenzioso Naked truth (N. Mastorakis, 1992), ribattezzato con una punta di simpatica goliardia Pezzi duri.... e mosci, la stessa sbarazzina malizia che ha suggerito di impreziosire con sobria eleganza il banale That lucky touch (C. Miles, 1975), creando l’ammiccante Toccarlo.... porta fortuna: che birba!

 

 

Ma anche la lingua francese è stata rivisitata dal nostro eroe, che ha chiarito meglio ciò che il sintetico Raphaël ou le débauché (M. Deville, 1970) non aveva osato esprimere, proponendoci Le notti boccaccesche di un libertino e di una candida prostituta.

 

Chiudiamo questa inesaustiva rassegna con due lapidari esempi di equivoco lessicale: i pudichi mutandoni di Long pants (F. Capra, 1927) si sono accorciati nello sbarazzino Le sue ultime mutandine (ultime?), mentre l’innocuo, rassicurante Lipstick (L. Johnson, 1976) è stato, evidentemente, interpretato quale oscura metafora dell’ossessione fallica e tradotto in Stupro.


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